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CAMILLO CAVOUR, UN CARBONARO IMPERTINENTE

di Michele d'Elia 

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lacchè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 lascia l'esercito del Re.Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miriade di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matematica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e finanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattutto, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Camillo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella costumata Torino. Non aveva né arte né parte né titoli di studio. Il Marchese Michele si risolse a procurargli un ruolo sociale: nel gennaio del 1832 chiese all'Intendente provinciale di Alba e al Governatore della Divisione di Cuneo di nominarlo sindaco di Grinzane, 300 abitanti. Così avvenne. rimarrà sindaco per quasi trent'anni.Il giovane, tuttavia, non si acquietava: da sindaco, il 7 settembre 1832, scrisse al suo amico Salmour, a Dresda, chiedendo "se vi fosse in Germania un partito politico avente lo scopo di nazionalizzare il paese; se l'idea di nazionalità fosse penetrata nelle masse; quale fosse l'influenza del clero e della nobiltà; quali le simpatie per i popoli non tedeschi, per esempio russi e francesi "(1)A Milano la lettera fu intercettata dalla censura austriaca che informò il suo ministro a Torino. Tutto finì sul tavolo di Carlo Alberto; risultato: per molti anni Cavour sarà sorvegliato dai due governi.Le domande poste dal giovane sindaco, disegnavano, in nuce,l'orizzonte liberale e nazionale al quale tendeva. La politica restava sotto traccia, ma esplodeva a tratti nelle frasi quasi beffarde con le quali derideva la Corte e il Re. Questi lo vedeva come fumo negli occhi dai tempi dell'Accademia, parimenti ricambiato.I1 25 agosto 1842, Carlo Alberto, pur con molti dubbi, approvava lo statuto dell'Associazione Agraria Piemontese, di cui Cavour fu consigliere e mai presidente.Presto i comizi agrari su base provinciale si diffusero nel Regno e furono veicolo di liberalismo. Un partito liberale organizzato non esisteva, ma i liberali sì; e cominciavano a farsi sentire.Essi erano fedeli alla Monarchia, ma per salvarla bisognava cambiare il clima generale, "rompere gli schemi ", come Camillo proclamava ai quattro venti.Impietoso il quadro della Torino carloalbertina. "...avete ragione di parlare d'inferno, perché da quando vi ho lasciato vivo in una specie di inferno intellettuale, cioè in un paese dove intelligenza e scienza vengono considerate cose infernali da chi ha la bontà di governarci... "(2)La passione politica esplode nuovamente il 17 dicembre 1847, quando fonda con Balbo e Pietro di Santa Rosa, 'I1 Risorgimento - " ' o quando il 7 gennaio 1848 i direttori dei giornali torinesi – un bel gruppo di teste calde – si riuniscono all'Albergo Europa di Torino, sotto la presidenza di Roberto D'Azeglio, fratello maggiore di Massimo. Dall'intervento del Conte: "A che servono le riforme che non concludono e non contengono nulla? Perché avanzare richieste che, accettate o respinte turbano ugualmente lo Stato e minano l'autorità morale del governo? Chiediamo una Costituzione. Il governo, non potendo più reggersi su quelle basi che l'hanno finora sorretto, le sostituisca con altre conformi allo spirito dei tempi, al progresso delle civiltà; e le sostituisca, prima che sia troppo tardi, prima che l'autorità sociale cada in dissoluzione dinanzi alle grida del popolo..(3).E' una sfida al Re e al suo governo ma anche un atto di fede nella Corona.Come sappiamo, lo Statuto approvato il 4 marzo 1848, apparve sulla Gazzetta Piemontese, oggi Gazzetta Ufficiale, domenica 5 marzo. La visione politica cavouriana fondata su elementi concettuali straordinari, nel quadro socio-politico del Regno di Sardegna e in particolare culturalmente sabaudo più che convincere e attrarre, spaventa. Infatti alle elezioni politiche del 26 aprile 1848, indette per la prima legislatura, Cavour è sconfitto in tutti i collegi in cui si candida, da Torino a Iglesias. Ci riesce nelle suppletive del 26 giugno: negli stessi collegi. E' ancora sconfitto nelle elezioni del 22 gennaio 1849, a Torino.Ritenta e viene eletto il 15 luglio a Torino I e Finalborgo. Opta per la Capitale. Sarà sempre rieletto.Nel 1850, da semplice deputato, in un discorso alla Camera affermò: "Io dirò dunque ai signori ministri, progredite largamente nella via delle riforme, e non temete che esse siano dichiarate inopportune; non temete d'indebolire la potenza del trono costituzionale che è nelle vostre mani affidato, perché invece lo rafforzerete; invece con ciò farete sì salde radici; che quand'anche s'innalzi intorno a noi la tempesta rivoluzionaria, esso potrà non solo resistere a questa tempesta, ma altresì, raccogliendo attorno a sé tutte le forze vive, potrà condurre la nostra nazione a quegli alti destini cui è chiamata. "L’11 ottobre 1850 fu nominato Ministro dell'Agricoltura, poi delle Finanze e della Marina.Ricoprirà tutti i ministeri tranne quello dell'Istruzione. Si lamentava di non avere fatto studi classici e di parlare a fatica l'italiano. La sorte gli ha risparmiato i nostri ministri, istruzione compresa.Definì la proprietà privata 'fondamento dell'ordine sociale". Grazie all'ardita alleanza con la Sinistra moderata di Urbano Rattazzi, isolò l'Estrema Sinistra, i radicali, i repubblicani e i mazziniani; e costrinse alle dimissioni Massimo D'Azeglio, ormai privo di maggioranza parlamentare.Il 2 novembre 1852 Cavour fu eletto Presidente del Consiglio. Nasceva così il primo centro-sinistra della nostra storia politica. L'autorevolezza della Corona garantirà questo passaggio indolore.Secondo Giuseppe Massari: "... tutti coloro i quali hanno giudicato la politica del Conte di Cavour nella questione romana come una politica di artifizi più o meno sottili e di espedienti più o meno ingegnosi hanno preso grandissimo abbaglio, hanno completamente sconosciuta la elevatezza del suo concetto e la grandezza dello scopo cui mirava raggiungere.I discorsi da lui pronunziati nella Camera dei deputati ed in Senato furono la esposizione lucida della sua politica: non usò reticenze, non adoperò artifizi rettorici; non era un ministro che andava in busca di suffragi e alla ricerca di una maggioranza, ma bensì uno statista tutto compreso ed infiammato da un sublime pensiero, dal pensiero di assicurare la unità e la prosperità della sua patria e di procacciare ad un tempo a tutto il mondo il beneficio inestimabile della pace religiosa mediante l'attuazione ampia e sincera del principio di libertà. Vasto concetto degno della mente vastissima".(4)Con Vittorio Emanuele II Cavour formò una strana coppia, le cui divergenze sfociavano spesso in alterchi, vuoi per le nozze di Clotilde con Girolamo Napoleone, vuoi perla cessione di Nizza e della Savoia, vuoi per i rapporti con Garibaldi. Lo scontro più acceso e più noto si verificò all'indomani della vittoria di Solforino e San Martino, il 24 giugno 1859. La sera dell'11 luglio a Monzambano, nel quartier generale del Re, il Presidente del Consiglio seppe dell'Armistizio di Villafranca, voluto da Napoleone III, del quale il Sovrano l'aveva tenuto all'oscuro, anche perché sapeva dell'avversione trai due."Mi farò cospiratore, mi farò rivoluzionario... "gridò Cavour.Vittorio Emanuele reagì: "Oh! per lor signori (i politici) le cose vanno sempre bene perché aggiustano tutto con le dimissioni, ma chi non si può levare d'impaccio sono io che non posso dimettermi... " (5).Cavour presentò le dimissioni ed il Re le accettò. Primo Ministro fu nominato il Generale Lamarmora.Cozzavano tra loro due indirizzi politici: da un lato la concretezza del Re, sul quale gravavano le responsabilità delle scelte effettive dello Stato; dall'altra il panorama ideale, che nel corso degli anni Cavour si era costruito ideologicamente.Il concetto della "Libera Chiesa in libero Stato ", pronunciata nel celebre discorso del 27 marzo 1861, in realtà era stata già chiarita molti anni prima, il 18 maggio 1848, quando su '11 Risorgimento " aveva scritto: "Fra le maggiori, le più importanti conquiste della civiltà moderna, è certamente da annoverarsi la libertà di coscienza e quindi la libertà di culti ... “(6).Decisioni, queste ed altre, affatto rivoluzionarie, sostenute da una Monarchia che ne intuiva la lungimiranza e la qualità. La Corona seppe ricondurre il mito garibaldino dei Mille e ogni velleità repubblicana, nell'alveo costituzionale del Regno dell'Italia Unita che si veniva costruendo.Infine, l'Italia meridionale.Cavour è netto: "L'Italia del settentrione è fatta ... ma vi sono ancora i Napoletani... Bisogna moralizzare il Paese,... ma non si pensi di cambiare i Napoletani con l'ingiuriarli. Niente stato d'assedio, nessun mezzo da governo assoluto. Tutti sono buoni di governare con lo stato d'assedio. Io governo con la libertà e mostrerò ciò che possono fare di quel paese in dieci anni di libertà. In venti anni saranno le province più ricche d'Italia. No, niente stato d'assedio, ve lo raccomando. " (7)Il 6 giugno 1861 Cavour morì.Carlo Alberto, in gioventù, lo aveva apostrofato: "Carbonaro impertinente! (8) Fu profeta.

Note:

(1)Francesco Cognasso,'Cavour', Dall'Oglio Ed. Milano, 1974, pag. 48(2)Lettera del 24 agosto 1843 ad Augusto De La Rive, di ritorno da un lungo viaggio a Londra, Parigi e Ginevra. in Il Conte di Cavour, William De La Rive, Ed: Club del Libro, Milano, 25 settembre 1960 pag 354 e seg.(3) In W. De La Rive, op. cit. pag. 203.(4) Giuseppe Massari, 71 Conte di Cavour, Ed. A.Barion – Ed. popolari, Sesto San Giovanni 1935, pag. 366. Prima edizione 1872.(5)Arturo Carlo Iemolo "Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni- Torino 1957 pagg. 231-232, in M. D'Elia, "Progresso storico, Ed. Trevisini, Milano 1988, pag. 118.(6) In Giuseppe Talamo 'Liberali italiani, Cavour; Il Mulino, Bologna,Gennaio 1962, pag. 41.(7) N. Valeria 'La lotta politica in Italia dall'Unità al 1925, Ed. Le Monnier, Firenze 1962.(8)Diario del Segretario del Re, De Gubernatis, in E Cognasso, op. cit. pag. 46.