agoraliberale

Partito politico membro di diritto del Movimento Europeo - Italia


Anche se nessuno fra i tanti elettori del movimento 5 stelle si sarà mai avventurato in letture pubblicate da Agorà, e posto che anche per il futuro, le cose non cambieranno, sarà comunque per noi estremamente piacevole, come sempre, la lettura dei suggerimenti afferti da Ghersi a Di Maio & C. per salvare il salvabile. Trattasi, per altro, di ottime lezioni di Politica che censurano anche le decisioni del Vaticano ( anche in questo caso per salvare il salvabile....)

 

Il Movimento Cinque Stelle e la regola del limite delle candidature.

 

Il Movimento Cinque Stelle ha letteralmente "terremotato" la vita politica italiana perché ha raccolto troppi suffragi nelle ultime elezioni politiche del marzo 2018. Ad esempio, per il rinnovo della Camera dei deputati, ottenne allora, come voti di lista, 10 milioni 732 mila voti (pari al 32,68 % del totale dei voti validi espressi) e 133 seggi. Ai quali si sommarono i deputati eletti nei collegi uninominali. Qui riuscì a conquistare 76 collegi uninominali degli 80 complessivamente istituiti nelle otto Regioni dell’Italia centro-meridionale e insulare: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna.

Oggi il Movimento Cinque Stelle potrebbe continuare a "terremotare" la vita politica italiana qualora, passando da espulsione a espulsione, da scissione a scissione, da frattura a frattura, deflagrasse completamente, disperdendo la propria forza rappresentativa in mille rivoli. Si aprirebbe, in questo caso, un grande "vuoto", con effetti davvero imprevedibili per tutte le prossime consultazioni elettorali. Sia per quanto riguarda il rinnovo delle Amministrazioni di grandi e importantissimi Comuni, quali Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna. Sia al momento delle prossime elezioni politiche che, prima o poi, almeno alla scadenza naturale della Legislatura, si dovranno finalmente tenere.

È probabile che, questa volta, nelle prossime elezioni politiche, si affermerà nettamente l’alleanza elettorale di centro-destra; la quale poi, per i reali rapporti di forza, potremmo più veracemente definire alleanza di differenti "destre".

Il problema, appunto, è che se la forza rappresentativa del Movimento Cinque Stelle dovesse drasticamente ridursi, la probabile prossima vittoria delle destre fra loro alleate potrebbe diventare numericamente incontenibile. Cosa che, personalmente, non auspico. È bene, infatti, che un orientamento politico prevalga nettamente e che esprima un governo stabile, dotato di un preciso indirizzo programmatico, per l’intera durata di una Legislatura. Il fatto di "stravincere", però, è sempre pericoloso. Un certo equilibrio nei rapporti politici è anch’esso un bene da ricercare in sé.

Sono lontanissimo da alcune affermazioni ideologiche che finora hanno caratterizzato il Movimento Cinque Stelle. Ad esempio, non credo nell’egualitarismo livellatore, espresso nella nota formula "uno vale uno". Per me la grande forza degli esseri umani sta nella loro volontà di migliorarsi: con lo studio, con i sacrifici, con l’impegno tenace, con l’amore per il proprio lavoro, vissuto come personale contributo per rendere più efficiente, meglio funzionante e più giusta la comunità sociale della quale si è parte. Di conseguenza, vanno favorite tutte le soluzioni che consentano il miglior funzionamento possibile del cosiddetto "ascensore" sociale. Nel senso di permettere, ovunque e per tutti i mestieri, la tendenziale affermazione dei più meritevoli, dei più competenti, dei più capaci, dei più preparati, dei più colti. Qualunque sia la posizione iniziale di partenza. Anzi, quanto più singoli individui riescano a salire significativamente di posizione nella scala sociale, tanto meglio è per il sistema sociale nel suo insieme, che dimostra di essere vitale.

Non nutro, viceversa, alcuna simpatia per quanti si crogiolano, soddisfatti, nella propria ignoranza. Nei confronti di quanti attaccano, per principio, le cosiddette élite, compiaciuti del fatto che cento assolute mediocrità valgano, nella logica democratica, più di cinque persone che, oggettivamente, si segnalino per intelligenza brillante, preparazione, cultura generale, eccezionale competenza in uno specifico campo del sapere.

Come altro esempio significativo della mia distanza dal Movimento Cinque stelle, ricordo la questione del vincolo di mandato, da loro agitata. Vorrebbero che i membri del Parlamento non fossero liberi di adottare, di volta in volta, le scelte di voto che ritengono preferibili nell’interesse generale dell’Italia, ma fossero obbligati a votare in conformità alle indicazioni del partito che li ha eletti. Vorrebbero altresì che non fosse consentito ad un membro del Parlamento, nel corso del suo mandato rappresentativo, di cambiare partito. Gli si riconosce il diritto di cambiare opinioni; ma deve pagare il "prezzo" di dimettersi dalla carica rappresentativa.

Dal mio punto di vista, invece, un Parlamento composto da tanti "Yesmen" (e "Yeswomen"), buoni soltanto a votare con disciplina ciò che comanda il loro rispettivo capogruppo parlamentare, perderebbe di significato. Non sarebbe più il cuore effettivo dell’ordinamento liberaldemocratico. Per me bisogna restare saldamente ancorati all’articolo 67 della Costituzione, che così recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Sempre dal mio punto di vista, infine, i responsabili politici del Movimento Cinque Stelle sono dei pericolosi "sfasciacarrozze" per quanto riguarda l’esigenza di tenere in equilibrio i conti pubblici. Per ragioni di "giustizia", magari con le migliori motivazioni, affermano che certe spese debbano essere attivate. Per forza. Se poi mancano le risorse finanziarie per fare fronte alle nuove spese, per il Movimento Cinque Stelle che problema c’è? Si faccia nuovo debito pubblico!

Tutto ciò premesso e considerato, nel Movimento Cinque Stelle si può trovare anche qualcosa di buono. A differenza di quanto ritengono i dirigenti del Partito Democratico, non ritengo che gli aderenti al Movimento abbiano una decisa connotazione di centrosinistra. Sono un po' ambientalisti e prendono sul serio la questione dei limiti allo sviluppo. Dei quali parlavano Aurelio Peccei e i membri del Club di Roma già nel 1972. Quella dei limiti allo sviluppo sarebbe una questione serissima, a volerla dibattere nei suoi termini reali, posto che il pianeta Terra è quello che è, ha dimensioni finite, non può crescere.

Il maggior problema storico del nostro ventunesimo secolo è, dal mio punto di vista, la sovrappopolazione mondiale; con tutto ciò che la crescente pressione umana comporta nell’alterare gli equilibri naturali. Solo che non è "politicamente corretto" parlare di sovrappopolazione mondiale. Anzi, tutti i sedicenti democratici progressisti, e papa Francesco con loro, fanno a gara nel dire che non bisogna essere egoisti e che bisogna praticare una politica di accoglienza degli immigrati praticamente illimitata.

Oggi non è più di moda studiare la geografia. Basta però guardare l’immagine del mondo che, ad esempio, è spesso presente nella sigla dei telegiornali, per rendersi conto di alcune cose. L’Africa ha una dimensione di 30 milioni e 370 mila km quadrati. Al cospetto di questo gigante, la nostra Italia è un piccolo nano: poco più di 301 mila km quadrati. L’intera Unione Europea, con i suoi 27 Stati membri, ha una superficie di quattro milioni e 233 mila km quadrati.

E perché mai – mi permetto di chiedere io – l’Europa dovrebbe snaturarsi, perché mai ogni Stato europeo dovrebbe rinunciare a caratterizzarsi secondo le proprie specifiche tradizioni culturali e storiche, per aprirsi all’illimitata immissione di persone provenienti da realtà sociali e culturali profondamente diverse?

In ogni realtà umana c’è un problema di equilibrio e di misura: un po’ di varietà nella composizione della società rende indubbiamente più interessante e dinamica la vita sociale: è un fattore di arricchimento. Troppa varietà, male assortita, peggiora invece la qualità della vita in società.

In tutti gli Stati europei ci sono comunità nazionali storiche che vengono da un lontano passato e desidererebbero avere un futuro. Questi Stati hanno pieno diritto di decidere loro di quanti lavoratori provenienti dall’estero abbiano bisogno le proprie rispettive economie.

Possono anche decidere, in situazione eccezionali, di dare un contributo straordinario alla risoluzione di una crisi umanitaria. Ad esempio, nella seconda metà del 2015, la Cancelliera della Germania, Angela Merkel, svolse un ruolo decisivo nel convincere l’opinione pubblica tedesca ad accogliere un alto numero di profughi siriani. Si resta nella fisiologia dei comportamenti politici finché un libero Governo decide quando accogliere, quantifica il numero delle persone che è in grado di accogliere e, soprattutto, sceglie chi accogliere.

Cadiamo invece nella patologia dei comportamenti politici quando si assuma che tutti coloro i quali, ad esempio, vogliano lasciare l’Africa per iniziare una nuova vita in Europa abbiano "diritto" di farlo, senza riconoscere contemporaneamente alle autorità degli Stati nei quali sono diretti il potere di esprimere un gradimento, di valutare, ad esempio, se ogni singola persona interessata abbia trascorsi politici ritenuti pericolosi, o, più semplicemente, se abbia un titolo di studio o attitudini lavorative tali da poter più facilmente trovare una collocazione lavorativa.

Rispetto a questa problematica, mi sembra che gli aderenti al Movimento Cinque stelle finora abbiano dimostrato un po' più di buon senso, rispetto, ad esempio, alle posizioni ufficiali del Partito Democratico. Tanto più buon senso rispetto alle formazioni "di sinistra" ed ai cattolici impegnati nel "sociale".

Per farla breve, penso che dagli sforzi congiunti dell’ex presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e di altri esponenti politici che si sono dimostrati molto meno sprovveduti di quanto si pensasse, come il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, qualcosa di buono possa ancora venire, nell’interesse di un migliore assetto del sistema politico italiano. Il Movimento Cinque Stelle, con buona pace del Partito Democratico, continuerà ad essere "trasversale", tra argomenti classici di destra e argomenti classici di sinistra.

Sono molti i motivi di conflitto interno ai Cinque Stelle; ma una cosa che, particolarmente, turba la tranquillità degli attuali parlamentari è la questione di come disciplinare il limite delle candidature consecutive.

Eppure, non dovrebbe essere impossibile arrivare ad una soluzione ragionevole, che quindi possa accontentare il maggior numero degli attuali parlamentari.

Anche se sono un vecchio liberale, centrista e "moderato" – ossia, lo schifo dello schifo, per molti militanti del Movimento – provo ad enunciare nove semplici regolette, che potrebbero risolvere il problema.

1) Gli aderenti al Movimento Cinque Stelle intendono la politica come un’attività nobile, che si svolge, su base volontaria, per concorrere ad elaborare soluzioni ai problemi della convivenza sociale, soluzioni che siano a servizio del bene comune e che siano coerenti con l’esigenza di riconoscere la dignità di tutti gli esseri umani.

2) Di conseguenza, gli aderenti al Movimento, nel determinare le regole della propria organizzazione, intendono favorire la partecipazione, quanto più ampia possibile, delle persone che vogliono prendersi cura del loro Paese e soprattutto vogliono il ricambio frequente delle persone elette a ricoprire responsabilità istituzionali.

3) Le regole interne devono, per questa via, contribuire ad impedire che l’attività politica possa essere intesa come un’attività professionale quale tante altre. Meno che mai, un’attività che sia fonte di privilegi di natura economica, talora in stridente contrasto con le difficoltà economiche che travagliano tanti italiani, o l’occasione per ricevere trattamenti pensionistici di favore.

4) In coerenza con i precedenti enunciati, gli aderenti al Movimento non possono candidarsi ad un ruolo istituzionale di rappresentanza elettiva dopo che abbiano svolto, consecutivamente, due interi mandati allo stesso livello di rappresentanza.

Per mandato "intero" si intende quello che copre l’intero periodo della Legislatura, o della consiliatura, nel caso di Consigli regionali, o comunali. Sono esclusi dal computo i mandati che, per l’interruzione anticipata della Legislatura, o della consiliatura, siano durati meno della metà del tempo istituzionalmente previsto.

5) Nel caso di precedenti mandati svolti a differenti livelli di rappresentanza, ad esempio, ora nelle istituzioni rappresentative di Regioni e di Enti locali, ora alla Camera dei deputati o al Senato della Repubblica, ora al Parlamento dell’Unione Europea, è ammessa la ricandidatura quando i mandati consecutivi non siano stati più di tre.

6) Poiché l’esperienza politica maturata è comunque preziosa e può utilmente essere messa a servizio del bene comune, le medesime persone che non sono immediatamente ricandidabili per un ruolo istituzionale di rappresentanza elettiva, possono invece essere indicate dal Movimento Cinque Stelle affinché eventualmente ricoprano funzioni di governo o di amministrazione, nello Stato, nelle Regioni, nei Comuni.

7) Non ci sono limiti di mandati per le cariche negli organi collegiali interni del Movimento, in tutti i casi in cui queste cariche siano state attribuite dagli iscritti, in libere elezioni. Tali elezioni si svolgono, di regola, mediante procedure telematiche.

8) Soltanto la carica di vertice nazionale del Movimento Cinque Stelle non può essere ricoperta per più di due mandati consecutivi. La medesima regola vale anche per il Tesoriere nazionale, comunque denominato, ossia per colui che, nella dimensione nazionale, sia responsabile della tenuta della contabilità interna del Movimento.

9) Dopo cinque interi anni trascorsi senza ricoprire ruoli di rappresentanza istituzionale su base elettiva, gli aderenti al Movimento possono nuovamente essere riproposti per una candidatura alle elezioni. Se rieletti, inizia un nuovo ciclo di attività politica in ambito istituzionale e si applicano le regole di cui ai punti 4) e 5).

Mi sembra si tratti di regole di buon senso, non demagogiche. Ovviamente, potrebbero essere scritte meglio perché non ci sono limiti alla possibilità di curare la forma di un testo, in modo da renderlo nel contempo, chiaro ed essenziale.

Palermo, 11 giugno 2021                                                           Livio Ghersi

 

 

Se vi interessa sapere come si mette al tappeto un premio Pulitzer, il Corriere della Sera e la Nave di Teseo, tutti insieme, provate a leggere le riflessioni di Livio Ghersi : Saviano c'entra poco,  il vero titolo avrebbe dovuto essere: Ghersi contro Warrick .

 

Saviano contro al-Assad

 

Ho fatto un fioretto e, dando fondo a tutte le mie riserve di pazienza, ho letto per intero e con la dovuta attenzione l’articolo che Roberto Saviano ha scritto nel numero del settimanale La Lettura, distribuito dal quotidiano Corriere della Sera, del 9 maggio 2021, pp. 2-5.

L’articolo, sobriamente titolato Il veleno di Assad, tende a promuovere il libro di Joby Warrick, appena pubblicato in Italia per i tipi de La Nave di Teseo, con il titolo: La linea rossa. La devastazione della Siria e la corsa per distruggere il più pericoloso arsenale del mondo.

Per chi non lo sapesse – io, ad esempio, povero provinciale, non lo sapevo – Warrick è un giornalista degli Stati Uniti, attualmente in forza al Washington Post. Un giornalista esperto, sia dal punto di vista anagrafico perché ha sessant’anni compiuti, sia per il suo curriculum personale: deve essere bravo, posto che già due volte ha vinto il Premio Pulitzer.

Per Saviano, ciò che ha scritto Warrick ha la stessa autorità dei Vangeli. «Io sono la via e la verità e la vita» (Gv, 14, 6), poteva dirlo di sé stesso soltanto Gesù Cristo. Quando vengano in considerazione le opinioni espresse da un essere umano, consentitemi di ricorrere al sano esercizio del dubbio laico.

La politica internazionale è una materia molto complessa. Molto più complessa dei traffici della camorra, della mafia e della criminalità organizzata in genere, studiando i quali Saviano è assurto a notorietà.

La tesi esposta da Warrick ed entusiasticamente fatta propria da Saviano si può così sintetizzare. L’attuale presidente della Siria, Bashar al-Assad, deve essere ritenuto responsabile per aver ordinato l’impiego del Sarin – «un gas 26 volte più letale del cianuro» – contro gli oppositori.

Per risultare più efficace, Saviano riassume molto e semplifica molto. Così scrive che al-Assad «ha bombardato migliaia di persone con questo veleno, ha usato i gas sulla popolazione civile, su persone indifese. Bambini, anziani, uomini e donne di ogni età e ogni attività sono stati sorpresi da questa morte atroce, sterminati con il gas ideato per uccidere i topi». Si noti che tutto il periodo, concepito in modo che ogni singola parola possa suscitare lo sdegno del lettore, è retto dall’incipit: «al-Assad ha bombardato».

In Siria la guerra civile dura, purtroppo, da dieci anni, essendo iniziata nel 2011; ma, per Saviano, che sempre riassume molto e semplifica molto, la colpa di tutto quanto è avvenuto è soltanto ed esclusivamente di al-Assad: «Warrick raccoglie in Siria le "prove finali" [Nota: le virgolette sono state messe da me] di come il mondo abbia permesso che un assassino sanguinario e folle mietesse oltre mezzo milione di vittime e costringesse oltre 10 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, a muoversi all’interno dei confini siriani o a decidere di lasciare il Paese».

Come risolvere i problemi della Siria e, soprattutto, dell’infelice popolo siriano? Warrick e Saviano hanno la loro ricetta, bella e pronta. Al popolo siriano bisogna dare la "giustizia". Non la pace interna, non la ricostruzione, ma la giustizia. Prima o poi al-Assad dovrà essere portato davanti a qualche Corte internazionale di giustizia, poi da questa condannato e punito in modo esemplare.

Afferma direttamente Warrick, intervistato da Saviano: «Potrebbe sembrare un sogno, una fantasia, ma è già successo. Nel conflitto balcanico sono state commesse atrocità terrificanti e le persone che le hanno commesse l’hanno fatta franca per molto tempo. Ci sono voluti vent’anni prima che alcune figure chiave, i capi militari responsabili di quelle atrocità, fossero portati al cospetto del tribunale dell’Aja. Ma alla fine è successo. Penso che non dobbiamo perdere la speranza».

Per quanto mi riguarda, non assocerei mai le parole "sogno" e "speranza" all’auspicio che il corpo di un uomo penzoli da una forca.

Si pensi soltanto a quanto è successo in Iraq dopo che Saddam Hussein è stato, prima deposto, poi impiccato il 30 dicembre 2006. Com’è noto, gli Stati Uniti d’America nel mese di marzo del 2003 intrapresero una guerra contro l’Iraq, muovendo a Saddam Hussein le accuse di possedere segretamente armi di distruzione di massa e di fomentare il terrorismo internazionale. L’intervento americano non ottenne l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e fu quindi condotto unilateralmente, con il sostegno di una coalizione di "volenterosi". Oltre agli Stati Uniti, che sostennero il maggiore sforzo bellico, l’apporto militare più importante fra gli alleati fu quello del Regno Unito. La guerra, denominata "seconda guerra del Golfo", non ebbe storia: già alla fine del mese di aprile del 2003 le truppe anglo-americane completavano l’occupazione del Paese. La vittoria militare, tuttavia, non risolse alcunché.

In Iraq la stragrande maggioranza della popolazione è sì di religione islamica, ma di osservanza sciita. I Sunniti, i quali, pur essendo localmente minoranza religiosa, erano al potere quando governava Saddam Hussein, una volta resi orfani del potere, hanno dato vita al sedicente Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). In altre parole, la deposizione e poi l’esecuzione di un tiranno qual era Saddam Hussein non hanno realizzato la "giustizia internazionale", ma hanno semplicemente completato la destabilizzazione di uno Stato, il quale, a sua volta, si trovava inserito in un’area geografica delicatissima, oggetto dei contrastanti interessi di molte potenze, globali e regionali.

Sappiamo cosa abbia fatto l’ISIS, dalla data dell’annuncio della sua formazione nel mese di giugno del 2014, in poi. Dall’ISIS sono derivati i seguenti effetti negativi per la Comunità internazionale: il riesplodere con la massima virulenza del conflitto fra Sunniti e Sciiti; l’imposizione della sharia, ossia della legge islamica, in tutti i territori controllati dai fondamentalisti sunniti; la persecuzione sistematica dei Cristiani d'Oriente e delle altre minoranze religiose; la diffusione del fondamentalismo islamico in tutto il Nord Africa e nell'Africa subsahariana; efferati e sanguinosi attentati terroristici in tutto il mondo, tanto in Europa e in Occidente, quanto nei Paesi islamici; l’aumento della pressione migratoria, sollecitata come fattore di destabilizzazione dei Paesi Occidentali.

Non è ancora finita. Perché è di ieri la notizia che a Kabul, in Afghanistan, è stata fatta saltare una automobile piena di esplosivo davanti ad una scuola frequentata da studentesse, proprio quando le ragazze stavano uscendo. Con un bilancio provvisorio di 55 morti e 150 feriti circa. I Talebani asseriscono di non essere stati loro e, probabilmente, è vero; i medesimi talebani afghani attribuiscono la responsabilità del bestiale attentato terroristico a quanto resta dell’ISIS nel loro Paese.

I fondamentalisti islamici cercano di impedire che le bambine e soprattutto le ragazze possano ricevere una regolare istruzione scolastica, perché vogliono che le donne restino sottomesse. È la stessa logica che seguono i terroristi islamici di "Boko Harām", nella parte settentrionale del continente africano. La parola araba "harām" significa proibizione e la parola "boko", della lingua locale, indica la cultura occidentale. Le azioni terroristiche colpiscono sia Stati dell'Africa subsahariana, con particolare riferimento alla Nigeria, sia dell’Africa sahariana, come il Mali.

Tutto questo riguarda una minoranza di fondamentalisti, i quali strumentalizzano la fede religiosa per perseguire i loro deliranti scopi politici. Non riguarda, invece, il mondo islamico nel suo insieme; meno che mai riguarda la religione dell’Islam. Mondo islamico e religione dell’Islam che meritano il nostro rispetto, sempre che il dovere di conoscere prima di giudicare valga anche in questo caso e non prevalgano invece il pregiudizio e l’ignoranza. Pregiudizio ed ignoranza che, in particolare negli Stati Uniti d’America, purtroppo sono abbastanza diffusi.

Il mondo islamico in quanto tale non è il nostro nemico. Per quanto mi riguarda, ho grande rispetto per la storia e la cultura dei Paesi arabi, che è una storia plurale, così come ho grande rispetto per la storia e la cultura, rispettivamente, dell’Iran e della Turchia.

Oggi gli Stati aventi maggiore popolazione nei quali la religione islamica è maggioritaria sono l’Indonesia, il Pakistan e il Bangladesh. Nel più popoloso Stato dell’Africa subsahariana, la Nigeria, c’è una competizione fra religioni: Cristianesimo ed Islam; con ancora una leggera prevalenza di cristiani. Tra gli Stati arabi, l’Egitto ha una cifra della popolazione superiore a quelle sia dell’Iran, che della Turchia, storiche potenze islamiche non arabe; ma la popolazione dell’Indonesia è più di due volte quella dell’Egitto.

Nel complesso, oggi, nel pianeta, professano la fede islamica un miliardo e seicento milioni di credenti. A fronte di questi numeri, bisogna seriamente dubitare della sanità mentale di coloro che, con leggerezza mista ad ignoranza, parlano di "scontro di civiltà".

Il giornalista statunitense Warrick accusa Bashar al-Assad di essere un tiranno: «E quando c’è un’opposizione – non importa da quale direzione venga, dalla comunità islamica o da ambienti democratici – la soluzione è la brutalità. Il dissenso viene schiacciato».

Questa è la grande mistificazione, alimentata da certa propaganda occidentale. Ossia che all’interno di società che non da oggi, ma in tutto il travagliato periodo del post-colonialismo, diciamo quindi a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, sono state rette da regimi più o meno autoritari, possano tranquillamente valere le nostre belle regole improntate a valori liberal-democratici e si possa tranquillamente instaurare una normale dialettica tra maggioranza e opposizione.

Chi sostiene questo, mente, sapendo di mentire. In quasi tutti i Paesi in cui si sono manifestate le cosiddette "primavere arabe", l’opposizione che si è proposta contro il regime dominante non ha avuto le caratteristiche di un movimento politico improntato a valori liberal-democratici, o social-democratici, quali noi l’intendiamo, ma ha immediatamente puntato sulla fede religiosa per avere consenso sociale.

Bashar al-Assad è un dittatore per caso. Secondo logiche monarchiche, ha ereditato il potere paterno, ma il vero erede era suo fratello, a questo compito specificamente addestrato. Un imprevisto, ossia la prematura morte del fratello, gli ha dato un potere per il quale lui, medico, non era tagliato e che forse in cuor suo non voleva. Di conseguenza, pubblicare, come ha fatto La Lettura, una fotografia in cui la sua foto, con il corredo di baffetti, è accostata a quella di Hitler, è una evidente forzatura.

Il padre, Hafiz al-Assad, governò ininterrottamente la Siria dal 1971 al 2000. Gli Assad fanno parte di una comunità di Alauiti, di osservanza sciita (ma, non coincidente con gli Sciiti duodecimani dell'Iran), in uno Stato, la Siria, la cui popolazione è nella stragrande maggioranza di osservanza sunnita.

Naturale, quindi, che un regime autoritario espresso da una minoranza religiosa abbia dimostrato una certa tolleranza in fatto di religione; della quale per lungo tempo hanno beneficiato i cristiani, anche loro minoritari, ma, prima della guerra civile, consistenti in Siria. Anche la condizione delle donne era notevolmente migliore rispetto a quella che si rinviene in altri Stati islamici più tradizionalisti.

Per questo motivo i sunniti più fondamentalisti hanno maturato un odio mortale contro gli Assad. Grandissima parte degli oppositori del regime siriano, in questi dieci anni, è stata costituita da combattenti islamici sunniti. Non pochi dei quali alleati all’ISIS, o comunque amici dell’ISIS.

In altre occasioni ho scritto, ed oggi confermo, di preferire Bashar al-Assad ai suoi attuali nemici interni, per i seguenti motivi:

1) perché penso sia importante che lo Stato della Siria mantenga la sua integrità territoriale, laddove invece si sono affacciati a più riprese progetti di spartizione del Paese. Da questo punto di vista, il regime attuale è l’unico che abbia un punto di vista e una tradizione "nazionali" siriani;

2) perché il regime di al-Assad è un modello di laicità e di tolleranza religiosa, se messo appena appena a confronto con le milizie islamiche che oggi gli si oppongono; vincessero gli attuali oppositori, avremmo la sharia come legge dello stato.

Tutto questo non significa che per la Siria non si possano ipotizzare tempi migliori. È auspicabile, ad esempio, che molti siriani, i quali sono andati via per sottrarsi alla guerra civile, abbiano l’opportunità di ritornare, in un mutato clima di ricostruzione del Paese e dello Stato. Ed è possibile che il medesimo Bashar al-Assad, quando avrà ottenuto le necessarie garanzie che la Siria resterà uno Stato indipendente, con il suo territorio integro, decida egli stesso di farsi da parte, per favorire la pacificazione nazionale.

L’odio contro la persona fisica di al-Assad, alimentato da Warrick e da Saviano non porta da nessuna parte. Questo è l’unico fatto indubitabile. Che poi, proprio in Siria, ci sia "il più pericoloso arsenale del mondo", di armi chimiche, in quanto tali bandite dalla Comunità internazionale, mi sembra una sciocchezza talmente evidente, che non occorre nemmeno affaticarsi più di tanto per smentirla.

Palermo, 9 maggio 2021                                                               Livio Ghersi